SPAGNA: GUERRA O RIVOLUZIONE?

Dappertutto la democrazia capitola di fronte alla dittatura. O meglio, le apre le braccia. E la Spagna? Lungi dal costituire la felice eccezione, la Spagna rappresenta il caso estremo di scontro armato tra democrazia e fascismo senza che la lotta cambi di natura: essa vide sempre opposte due forme di sviluppo del capitale, due forme politiche dello Stato capitalista, due strutture statali che si disputavano la legittimità dello Stato capitalista legale e normale in un Paese. D’altronde, ci fu scontro violento solo perché gli operai si sollevarono contro il fascismo. La complessità della guerra di Spagna deriva da questo doppio aspetto, di una guerra civile (proletariato-capitale) che si trasforma in guerra capitalista (col sostegno delle strutture statali rivali da parte dei proletari in entrambi i campi).

Dopo aver dato ogni facilitazione ai "ribelli" per prepararsi, la Repubblica si avviava a negoziare con loro e/o a farsi da parte, quando i proletari si sollevarono contro il colpo di Stato fascista, impedendone il successo in metà del Paese. Non si sarebbe scatenata la guerra di Spagna senza questa autentica insurrezione proletaria (si trattò di ben più che una sommossa). Ma questo solo fatto non è sufficiente a caratterizzare tutta la guerra di Spagna e gli eventi successivi. Esso definisce solo il primo momento della lotta, che fu effettivamente una sollevazione proletaria. Dopo aver battuto i fascisti in un gran numero di città, gli operai avevano in mano il potere. Tale era la situazione immediatamente dopo la loro insurrezione. Ma cosa fecero poi di questo potere? Lo restituirono allo Stato repubblicano, o se ne servirono per andare più lontano in un senso comunista? Fecero affidamento sul governo legale, dunque sullo Stato esistente, lo Stato capitalista. Ogni loro azione successiva fu fatta sotto la direzione di questo Stato. Ecco il punto centrale. Da quel momento ogni movimento dei proletari spagnoli, nella lotta armata contro Franco e nelle trasformazioni economico-sociali, ponendosi nel quadro dello Stato capitalista, non poteva che essere di natura globalmente capitalista. é vero che tentativi di superamento ebbero luogo sul piano sociale (ne parleremo più avanti): ma restarono sempre ipotecati dal mantenimento dello Stato capitalista. La distruzione dello Stato è la condizione necessaria (ma non sufficiente) della rivoluzione comunista. In Spagna, il potere reale era esercitato dallo Stato e non dalle organizzazioni, dai sindacati, dalle collettività, dai comitati eccetera. Ne è prova il fatto che la potente cnt dovette cedere di fronte al Partito Comunista Spagnolo (molto debole prima del luglio ‘36). Se ne può dare conferma con il semplice fatto che lo Stato seppe fare brutalmente uso del suo potere quando gli servi (maggio ‘37). Niente rivoluzione, senza distruzione dello Stato. Questa "evidenza" marxista, dimenticata dal 99% dei marxisti e giustamente ricordata da "Bilan", si sprigiona una volta ancora dalla tragedia spagnola.

"Tra altre particolarità, le rivoluzioni hanno questa: nell’istante stesso in cui un popolo vuol fare un grande balzo in avanti e incominciare una nuova èra, si lascia sempre dominare dalle illusioni del passato e rimette tutta l’influenza e tutta la potenza, da lui pagate cosi care, nelle mani di uomini che passano, o sembrano passare, per i rappresentanti del movimento popolare dell’epoca precedente."22

Non si possono opporre le "colonne" operaie armate della seconda metà del 1936, alla loro militarizzazione successiva e alla loro riduzione al rango di organi dell’esercito borghese. Una differenza considerevole separa queste due fasi ma non nel senso che a una fase rivoluzionaria farebbe sèguito un’altra non rivoluzionaria. Ci fu dapprima una fase di soffocamento del soprassalto rivoluzionario, durante la quale gli operai conservavano una certa autonomia, un entusiasmo, e persino un comportamento comunista brillantemente descritti da Orwell. Poi, questa fase rivoluzionaria in superficie, ma che nel profondo costituiva la gestazione di una classica guerra antiproletaria, cedette naturalmente il posto a quel che aveva preparato.

Le colonne partirono da Barcellona per battere il fascismo nelle altre città, e in primo luogo a Saragozza. Supponendo che esse abbiano tentato di portare la rivoluzione all’esterno delle zone repubblicane, sarebbe stato necessario prima, o contemporaneamente, rivoluzionare le stesse zone repubblicane23. Durruti sapeva che lo Stato non era stato distrutto, ma non ne tenne conto. Lungo la strada, la sua colonna, formata per il 70% da anarchici, spingeva alla collettivizzazione. I miliziani aiutavano i contadini e facevano conoscer loro le idee rivoluzionarie. Ma "noi non abbiamo che un solo scopo: abbattere i fascisti". Durruti aveva un bel dire: "queste milizie non difenderanno mai la borghesia", esse non l’attaccavano, non più. Una quindicina di giorni prima della sua morte (21 novembre 1936), Durruti dichiarò:

"Un solo pensiero, un solo obiettivo [...]: annientare il fascismo [...]. Che nessuno oggi pensi più agli aumenti salariali e alle riduzioni dell’orario di lavoro [...] sacrificarsi, lavorare quanto è necessario [...] bisogna formare un blocco di granito. é venuto il momento d’invitare le organizzazioni sindacali e politiche a finirla una volta per tutte. Nelle retrovie, bisogna saper amministrare [...]. Non provochiamo, con la nostra incompetenza, dopo questa guerra, un’altra guerra civile tra di noi. Di fronte alla tirannia fascista, non dobbiamo opporre che una sola forza; non deve esistere che una sola organizzazione, con una disciplina unica"24.

Non solo la volontà di lotta non serve mai da surrogato a un programma rivoluzionario, ma l’attivismo s’integra facilmente nelle pieghe del capitalismo (il terrorismo ne offre un’altra prova25). Il fascino della "lotta armata" si ritorce velocemente contro i proletari, dacché essi dirigono i loro colpi esclusivamente contro una forma politica e non contro lo Stato.

In condizioni differenti, l’evoluzione militare del campo antifascista (insurrezione, poi milizie, infine esercito regolare) ricorda quella della guerriglia contro Napoleone descritta da Marx26:

"Se si paragonano i tre periodi della guerra di guerriglia con la storia politica della Spagna, si constata che corrispondono ai tre gradi cui il governo controrivoluzionario aveva poco a poco ricondotto lo spirito del popolo. All’inizio, tutta la popolazione si sollevò, poi bande guerrigliere fecero una guerra di franchi tiratori, le cui riserve erano costituite da intere province; infine vi furono formazioni senza coesione, sempre sul punto di trasformarsi in bande di fuorilegge o di cadere al livello di reggimenti regolari".

Le condizioni non sono confrontabili, ma nel 1936 come nel 1808, l’evoluzione militare non si spiega solamente, e neppure innanzitutto, mediante considerazioni "tecniche" proprie dell’arte militare: deriva dal rapporto delle forze politiche e sociali e dalla sua modificazione in un senso antirivoluzionario. Notiamo che le "colonne" del 1936 non giunsero nemmeno a una "guerra di franchi tiratori" e segnarono il passo davanti a Saragozza. I compromessi evocati da Durruti, la necessità dell’unità a tutti i costi, non potevano che dare la vittoria dapprima allo Stato repubblicano (sul proletariato), poi a Franco (sullo Stato repubblicano).

Ci fu un inizio di rivoluzione in Spagna, che si arenò nel momento in cui i proletari fecero affidamento sullo Stato esistente. Poco importa delle loro intenzioni. Quand’anche la maggioranza dei proletari che accettarono di lottare contro Franco sotto la direzione dello Stato, fossero convinti di conservare malgrado tutto il potere reale, e di accordarsi con lo Stato solo per comodità, il fattore determinante rimangono le loro azioni e non le loro convinzioni. Dopo essersi organizzati per battere il colpo di Stato, dandosi un inizio di struttura militare autonoma (le milizie), gli operai accettarono di porre queste milizie sotto la direzione di una coalizione di "organizzazioni operaie" (per la maggior parte, apertamente controrivoluzionarie), che accettava l’autorità dello Stato legale. é certo che almeno una parte di questi proletari credevano di conservare il potere reale (che avevano effettivamente conquistato, benché per poco tempo), lasciando allo Stato ufficiale solo un potere di facciata. Questo fu il loro errore, che pagarono molto caro.

Se si eccettuano le correnti d’ispirazione non rivoluzionaria, gli avversari delle tesi di "Bilan" sulla Spagna ammettevano quel che diciamo qui, ma ciò nondimeno affermavano che la situazione spagnola restava "aperta" e poteva evolversi. Bisognava dunque (almeno fino al maggio ‘37) sostenere il movimento autonomo dei proletari spagnoli, anche se si dava delle forme organizzative tutt’affatto inadeguate alla sua vera natura. Un movimento era in marcia, bisognava contribuire alla sua maturazione. Per contro, "Bilan" replicava che un movimento autonomo del proletariato non c’era, cioè non c’era più, da quando era rientrato nel quadro statale, quadro che non avrebbe tardato a trasformarsi in un peso soffocante ogni velleità radicale. Lo si vide alla metà del maggio ‘37: ma le "giornate sanguinose di Barcellona" non fecero che rivelare la realtà qual era fin dal luglio ‘36: il potere effettivo era passato dalle mani degli operai allo Stato capitalista. Aggiungiamo, per coloro che assimilano fascismo e dittatura borghese, che il governo repubblicano fece allora uso di... "metodi fascisti" contro gli operai. Certo, il numero delle vittime fu ben inferiore a quello della repressione franchista: ciò ha a che fare proprio con la differenza di funzione tra le due repressioni, democratica e fascista (cfr. "L’antifascismo, il peggior prodotto del fascismo"). Semplice divisione del lavoro: il bersaglio del governo repubblicano era ben più piccolo (elementi incontrollati, poum, sinistra cenetista).