ITALIA E GERMANIA

Al primo posto delle falsità, si trova una deformazione del caso in cui almeno una parte del proletariato lottò contro il fascismo con metodi e obiettivi propri: l’Italia del 1918-’22. La sua lotta non aveva niente di specificamente anti-fascista: lottare contro il capitale obbligava a combattere, tra l’altro, il fascismo, come la democrazia parlamentare. Questa esperienza è originale, poiché si tratta di un movimento importante diretto da comunisti e non da socialisti centristi aderenti all’Internazionale Comunista (come il PCF) o da stalinisti rivaleggianti in demagogia nazionalista con i nazisti (come il kpd, che parlava di "rivoluzione nazionale" all’inizio degli anni Trenta). Viceversa, questa caratteristica permette all’antifascismo di respingere tutto quel che ci fu di rivoluzionario nell’esperienza italiana di allora: il Partito Comunista d’Italia, diretto a quell’epoca da Bordiga e dalla sinistra, avrebbe dato prova solamente di settarismo, favorendo l’avvento di Mussolini al potere. Ora, senza romanzare questo episodio, è bene ricordarlo, ché chiarisce, senz’alcuna ambiguità, come il successivo disfattismo dei rivoluzionari di fronte alla guerra "democrazia"-"fascismo" (quella di Spagna cosi come quella del 39-45) non è un atteggiamento di puristi che non vogliono altro che "la rivoluzione" e attendono il Gran Giorno senza muoversi. Esso si fonda, più semplicemente, sulla scomparsa, nel corso degli anni Venti e Trenta, del proletariato come forza storica, battuto dopo essersi costituito (peraltro molto male) in partito nel primo dopoguerra.

La repressione fascista interviene solo dopo la disfatta proletaria. Non distrugge le forze rivoluzionarie, che solo il movimento operaio tradizionale può vincere con metodi sia diretti sia indiretti. I rivoluzionari sono battuti dalla democrazia che non esita a ricorrere a tutti i mezzi, ivi compresi quelli militari. Il fascismo distrugge solo i movimenti elementari, annienta lo stesso movimento operaio divenuto un intralcio. é falso presentare l’avvento al potere del fascismo come il prodotto di combattimenti di strada nei quali esso avrebbe vinto gli operai.

In Italia, come in diversi altri Paesi, il 1919 fu l’anno decisivo, nel quale la lotta proletaria venne battuta mediante l’azione diretta dello Stato e il suo sviamento indiretto con le elezioni9. Fino al 1922, lo Stato accordò le più ampie facilitazioni ai fascisti: indulgenza nei procedimenti giudiziari, disarmo unilaterale degli operai, perfino appoggio armato, senza contare la circolare Bonomi del 20 ottobre 1921 che inviava 60.000 ufficiali nei gruppi d’assalto fascisti per comandarli. Di fronte all’offensiva armata fascista, lo Stato chiamava... alle urne. Durante le occupazioni delle fabbriche nel 1920, lo Stato si guardò bene dall’attaccare frontalmente i proletari, lasciando che la loro lotta si esaurisse da sola, con l’appoggio della cgl, che pose fine agli scioperi. Quanto ai "democratici", non esitarono a costituire per le elezioni del maggio 1921 un "blocco nazionale" (i liberali + la destra) che includeva i fascisti. Nel giugno-luglio 1921, il psi concluse un inutile e mistificatorio "patto di pacificazione" con i fascisti.

A stento si può parlare di colpo di Stato nel 1922: fu un trasferimento di potere. La "marcia su Roma" di Mussolini (che si accontentò di prendere il treno) non fu una pressione sul governo legale, ma una messinscena. L’ultimatum lanciato al governo il 24 ottobre non fu la minaccia di una guerra civile: fu il segnale indirizzato allo Stato capitalista (e assai ben compreso da quest’ultimo) che ormai il Partito Nazionale Fascista era la miglior forza in grado di assicurarne l’unità. Lo Stato cedette molto velocemente. Lo stato d’assedio deciso dopo il fallimento di un tentativo di compromesso venne annullato dal re, che incaricò Mussolini di formare il nuovo governo (comprendente i liberali). Tutti i partiti, salvo i socialisti e i comunisti, si avvicinarono al Partito Nazionale Fascista e votarono a favore di Mussolini in parlamento. Il potere del dittatore fu ratificato dalla democrazia. Lo stesso scenario si riprodusse in Germania. Hitler venne nominato cancelliere dal presidente Hindenburg (eletto nel 1932 con l’appoggio dei socialisti che in lui avevano visto... un baluardo contro Hitler), e i nazisti erano minoritari nel primo ministero hitleriano. Dopo aver esitato, il capitale appoggiò Hitler allorché vide in lui la forza politica unificatrice dello Stato e dunque della società (che il capitale non avesse previsto certe forme ulteriori dello Stato nazista è una faccenda secondaria).

Nei due Paesi, il "movimento operaio" è lungi dall’essersi battuto contro il fascismo. Le sue organizzazioni, totalmente autonomizzate dal movimento sociale proletario, funzionavano solo per conservarsi in quanto istituzioni, pronte ad accettare qualsivoglia regime politico, di destra o di sinistra, che le tollerasse. Tra il 1923 e il 1930, il psoe e la sua centrale sindacale (ugt) collaborarono con la dittatura di Primo de Rivera. Nel 1932, i sindacati socialisti tedeschi, per bocca del loro presidente, si dichiararono indipendenti da tutti i partiti politici e indifferenti alla forma dello Stato, e cercarono di accordarsi con Schleicher (sfortunato predecessore di Hitler), indi con Hitler, il quale fece creder loro che il nazionalsocialismo li avrebbe lasciati sussistere. Si arrivò alla sfilata dei sindacalisti tedeschi dietro le svastiche, il 1. maggio 1933, trasformato in "Festa del lavoro tedesco". I nazisti inviarono poi gli stessi sindacalisti in prigione e nei campi, il che avrebbe poi dato ai sopravvissuti l’etichetta di "antifascisti" risoluti e della prima ora.

In Italia, i dirigenti sindacali avrebbero voluto concludere un tacito accordo di mutua tolleranza con il fascismo. Tra la fine del 1922 e il 1923, presero contatto con il pnf. Poco prima della presa del potere da parte di Mussolini, dichiararono:

"Nel momento in cui le passioni politiche si esacerbano e in cui due forze estranee ai sindacati [il Partito Comunista e il pnf] si disputano aspramente il potere, la cgl sente il dovere di mettere in guardia i lavoratori contro le speculazioni dei partiti e dei raggruppamenti politici che mirano a trascinare il proletariato in una lotta alla quale esso deve restare assolutamente estraneo, se non vuole compromettere la propria indipendenza"10.

Viceversa, nel febbraio 1934, si ebbe una certa resistenza armata in Austria11 da parte della sinistra del Partito Socialista contro le forze di uno Stato sempre più dittatoriale e che si avvicinava ai fascisti. Questa lotta non aveva nulla di rivoluzionario, ma scaturiva dal fatto che in Austria non vi erano stati quasi combattimenti di strada dopo il 1918. I proletari più decisi (benché non comunisti) non erano stati battuti, e d’altronde erano restati nella socialdemocrazia, che conservava cosi alcune velleità rivoluzionarie. Naturalmente, questa resistenza si scatenò in modo spontaneo, e non riusci a unificarsi.

La critica rivoluzionaria di questi eventi non si riassume in un "tutto o niente", come se voglia battersi solo per "la rivoluzione", e solamente a fianco di comunisti puri e duri. Bisogna lottare, ci viene detto, per le riforme, quando non si può fare la rivoluzione; una lotta ben condotta per le riforme prepara anche la rivoluzione; chi può di più può di meno, ma chi non può di meno non potrà mai di più; chi non sa difendersi, non saprà attaccare eccetera. Tutte queste genericità passano a lato del problema. La polemica tra marxisti, fin dalla Seconda Internazionale, non verte sulla necessità o sull’inutilità della partecipazione dei comunisti alle lotte riformiste, che sono, in ogni modo, una realtà. Si tratta di sapere se tale o talaltra lotta pone gli operai sotto il controllo (diretto o indiretto) del capitale e in particolare del suo Stato; e quali posizioni i rivoluzionari debbano adottare in questo caso12. Per un rivoluzionario, una "lotta" (parola con cui si gargarizzano la sinistra e l’estrema sinistra ufficiale) non ha alcun valore in sé: prima del 1914 le azioni più violente portarono alla costituzione dei partiti e dei sindacati rivelatisi poi i nemici del comunismo. Ogni lotta che, malgrado la sua spontaneità iniziale o la sua energia, ponga gli operai alle dipendenze dello Stato capitalista, può avere solo una funzione controrivoluzionaria. La lotta antifascista, che pretende di cercare un male minore (meglio la democrazia capitalista che il fascismo capitalista), somiglia all’atteggiamento di chi si getti nel fiume per evitare la pioggia. Inoltre, ponendosi sotto la direzione di uno Stato, deve poi accettarne tutte le conseguenze, ivi compresa la repressione che esso esercita all’occorrenza contro gli operai e i rivoluzionari che vadano oltre l’antifascismo.

Invece di attribuire a Bordiga e al Partito Comunista d’Italia del 1921-’22 la responsabilità del trionfo di Mussolini, si farebbe meglio a interrogarsi sul perpetuo fallimento dell’antifascismo, il cui bilancio è sconfortante: quando ha evitato, o anche solo rallentato, il totalitarismo? Si riteneva che la Seconda Guerra Mondiale avrebbe garantito almeno l’esistenza di Stati democratici: le democrazie parlamentari sono oggi l’eccezione. Nei Paesi cosiddetti socialisti il cedimento della borghesia tradizionale e le esigenze del capitalismo di Stato hanno condotto a dittature che non hanno in genere niente da invidiare ai Paesi dell’Asse. Certuni si fanno delle illusioni sulla Cina, ma poco a poco le informazioni completano le analisi marxiste già pubblicate13, e rivelano l’esistenza di campi di concentramento la cui realtà è ancora negata dai maoisti... come negli anni Trenta quella dei campi russi dagli stalinisti. L’Africa, l’Asia, l’America latina vivono sotto il sistema del partito unico o della dittatura militare. Ci si commuove delle torture brasiliane, ma il Messico democratico non esitò a far sparare sui manifestanti nel ‘68, uccidendo 300 persone. La sconfitta dell’Asse avrebbe portato almeno la pace... per gli europei, non per i milioni di morti delle guerre incessanti e delle carestie croniche. In breve, la guerra che avrebbe dovuto sbarazzarci della guerra e del totalitarismo è fallita.

La risposta degli antifascisti è prontissima: è colpa dell’imperialismo americano o di quello russo, o di entrambi, e, in ogni caso, dicono i più radicali, della sopravvivenza del capitalismo e dunque della sua sequela di misfatti. D’accordo. Ma il problema sta li. In che modo una guerra fatta dagli Stati capitalisti avrebbe potuto avere altro effetto se non un rafforzamento del capitale?

Gli antifascisti (soprattutto "rivoluzionari") ne traggono la conclusione esattamente contraria, chiamando a un nuovo slancio dell’antifascismo, sempre da radicalizzare affinché vada il più lontano possibile. Non cessano di denunciare le "sopravvivenze" o i "metodi" fascisti (per esempio nella Repubblica Federale Tedesca), ma mai per dedurne la necessità di estirpare la radice del male: il capitale. Ne concludono al contrario che bisogna ritornare al "vero" antifascismo, proletarizzarlo, ricominciare il lavoro di Sisifo consistente nel democratizzare il capitalismo. Ora, si può deplorarlo, si può anche predicare l’umanitarismo o aderire a un’organizzazione caritatevole, ma niente modificherà il punto cruciale: 1) gli Stati capitalisti, cioè tutti gli Stati, sono e saranno sempre più costretti a mostrarsi repressivi, totalitari; 2) tutti i tentativi di fare pressione su di essi per piegarli in un altro senso più favorevole agli operai o alle "libertà", conducono, quando va bene, a un effetto nullo, e, quando va male (quasi sempre), al rafforzamento delle illusioni fin troppo diffuse sullo Stato come arbitro della società e come forza più o meno neutrale in grado di porsi al di sopra delle classi. I gauchisti possono ripetere in continuazione l’analisi marxista classica sul ruolo dello Stato come strumento di dominio di classe, e chiamare poi a "utilizzare" lo stesso Stato; egualmente possono leggere le pagine di Marx sull’abolizione del salariato e dello scambio, e dipingere poi la rivoluzione come una grande democratizzazione del salariato.

Alcuni si spingono più lontano. Poiché, dicono, facendo propria una parte della tesi rivoluzionaria, attualmente il capitale non può essere che "fascista", battersi per la democrazia contro il fascismo significa obbligatoriamente battersi contro il capitale stesso. Ma su quale terreno si battono? Combattere sotto la direzione di uno o di più Stati capitalisti (giacché sono loro ad avere e a conservare la direzione della lotta (significa interdirsi in anticipo la lotta contro il capitale. La lotta per la democrazia non è la scorciatoia che permetterebbe agli operai di fare la rivoluzione senza rendersene conto. Il proletariato distruggerà il totalitarismo solo distruggendo contemporaneamente la democrazia e ogni forma politica. Fino ad allora, si avrà una successione nel tempo e nello spazio di forme "fasciste" e "democratiche", con la trasformazione spontanea o forzosa di regimi dittatoriali in regimi democratici e viceversa, con la coesistenza di dittature e democrazie, le une servendo alle altre da spauracchio e autogiustificazione.

é dunque assurdo dire che la democrazia fornirebbe all’attività rivoluzionaria un quadro più propizio che la dittatura, poiché la prima ricorre immediatamente a mezzi dittatoriali di fronte al pericolo rivoluzionario; e ciò tanto meglio dacché i "partiti operai" sono al potere. Se si volesse essere logici nell’antifascismo, bisognerebbe arrivare fino alla conclusione sostenuta da certi liberali di sinistra: è il movimento rivoluzionario a spingere il capitale verso la dittatura, rinunciamo dunque a ogni rivoluzione, e accontentiamoci di andare il più lontano possibile sulla strada delle riforme, senza mai impaurire il capitale. Ma tale prudenza è essa stessa utopistica, perché in fondo la "fascistizzazione" che vorrebbe evitare non deriva solamente dall’azione rivoluzionaria, ma dalla concentrazione capitalista. Si può discutere sull’opportunità e sui risultati della partecipazione dei rivoluzionari ai movimenti democratici fino all’inizio del xx secolo (cfr. "La Comune del 1871"): essa è in ogni caso esclusa da quando il capitale domina tutta la società, poiché non c’è più allora che una sola politica possibile: la democrazia diviene unicamente una mistificazione e un terreno d’impantanamento pratico. Tutte le volte che i proletari hanno creduto di utilizzarla ritorcendola contro il capitale, la democrazia li ha abbandonati oppure si è trasformata nel suo contrario. In questo senso i comunisti dei quali riproduciamo le analisi sulla guerra di Spagna erano sicuramente contro il fascismo. I rivoluzionari rifiutano l’antifascismo perché non ci si può battere esclusivamente contro una forma politica, senza contemporaneamente appoggiare le altre, ed è ciò che fa l’antifascismo. In senso stretto, l’antifascismo non è la lotta contro il fascismo, ma il privilegiamento di questa lotta, il che la rende inoperante. I rivoluzionari non rimproverano all’antifascismo di non "fare la rivoluzione", ma di essere impotente ad arrestare il totalitarismo, e di rafforzare, volontariamente o no, lo Stato e il capitale.

Non solo la democrazia si è sempre arresa al fascismo, quasi senza lotta; ma il fascismo, allorché non corrisponde più allo stato delle forze politico-sociali, rigenera esso stesso la democrazia. Poiché, nel 1943, l’Italia doveva passare nel campo dei futuri vincitori, abbandonare il fascismo e dunque il suo capo, il "dittatore" Mussolini si ritrovò in minoranza al Gran Consiglio del fascismo e s’inchinò di fronte al verdetto democratico di quest’organismo. Uno degli alti dignitari fascisti, il maresciallo Badoglio, fece appello all’opposizione democratica e formò un governo di coalizione. Mussolini venne arrestato. é ciò che in Italia viene chiamata la "rivoluzione del 25 luglio 1943". I democratici esitavano, ma la pressione dei russi e del Partito Comunista fece loro accettare un governo di larga unità nazionale, nell’aprile ‘44, diretto da Badoglio, del quale facevano parte Palmiro Togliatti e Benedetto Croce. Nel giugno ‘44, il socialista Ivanoe Bonomi formò un ministero che stavolta escludeva i fascisti. Si orientò verso la formula tripartitica (pci-psi-dc) che avrebbe dominato i primi anni del dopoguerra14. Assistiamo a una transizione voluta e in parte orchestrata dai fascisti. Cosi come nel 1922 la democrazia comprese che il miglior modo di salvaguardare lo Stato era di affidarlo alla dittatura del Partito Fascista, allo stesso modo nel 1943 il fascismo capi che l’unica maniera di proteggere l’integrità della nazione e la perennità dello Stato era di consegnare quest’ultimo ai partiti democratici. La democrazia si trasforma in fascismo e viceversa, a seconda delle circostanze: si tratta di forme successive, e sovente combinate, per assicurare la salvaguardia dello stesso Stato, garante del medesimo contenuto capitalista. Notiamo che il "ritorno" alla democrazia non comporta di per sé una ripresa della lotta di classe o anche solo rivendicativa, poiché i partiti operai ritornati al potere sono in questo caso i primi a battersi in nome del capitale nazionale. Cosi i sacrifici materiali e la rinuncia alla lotta di classe, giustificati dalla necessità di "vincere innanzitutto il fascismo", furono imposti dopo la disfatta dell’Asse, sempre in nome degli ideali della Resistenza. Le ideologie fascista e antifascista sono entrambe un ripostiglio dove si mette ciò che conviene agli interessi momentanei e fondamentali del capitale.

Da allora, ogni volta che si grida "Il fascismo non passerà!", non solo questo passa sempre, ma attraverso peripezie grottesche in cui la demarcazione tra fascismo e non fascismo segue una linea in continuo movimento. La sinistra francese denunciava il pericolo "fascista" dopo il 13 maggio 1958, ma il segretario della SFIO collaborò alla redazione della Costituzione della V Repubblica.

Portogallo e Grecia hanno offerto nuovi esempi di autotrasformazione di dittature in democrazie. Sotto l’urto di circostanze esterne (questione coloniale per il Portogallo15, conflitto di Cipro per la Grecia), una parte dei militari ha preferito affondare il regime per salvare lo Stato: è esattamente cosi che ragionano e agiscono i democratici quando i "fascisti" si avvicinano al potere. L’attuale Partito Comunista Spagnolo esprime molto esattamente questa esigenza (resta da sapere se è nella volontà e nella possibilità del capitale spagnolo):

"La società spagnola desidera che tutto sia trasformato affinché venga assicurato, senza traumi né convulsioni sociali, il funzionamento normale dello Stato. La continuità dello Stato esige la discontinuità del regime"16.

C’è un movimento di passaggio da una forma all’altra da cui il proletariato è escluso e che non può influenzare in nulla: se cerca di farlo, il proletariato s’integra nello Stato, e le sue lotte ulteriori ne risultano proporzionalmente più difficili, com’è dimostrato proprio dal caso portoghese.