RIFORMA E RIVOLUZIONE

Altra stigmata del periodo successivo al ‘17 in "Bilan": la Sinistra italiana attribuisce una grande importanza al sindacato come luogo di lotta e di raduno degli operai. Ora, si tratta meno dei sindacati per se stessi che della natura delle lotte condotte dagli operai. Secondo la Sinistra italiana, poiché le rivendicazioni, anche elementari, implicano un’opposizione tra borghesia e proletariato, è solo su questo terreno che la lotta di classe potrà rinascere e sviluppare, con l’aiuto delle minoranze comuniste, gli organi di lotta del proletariato in quanto tale. La posizione di "Bilan" e di "Octobre" insisteva sulle lotte immediate affinché l’opposizione proletariato-borghesia vi fosse stagliata quanto più possibile, giacché provvisoriamente ogni azione di ampiezza propriamente politica era esclusa. Le azioni di massa erano inevitabilmente sviate nel senso del Fronte Popolare. Al contrario, "le battaglie rivendicative" facevano sorgere un "contrasto organico",

"perché allora diviene impossibile sopprimere l’antagonismo tra l’agente del nemico e le rivendicazioni di classe degli operai ancorate nell’antagonismo superiore che oppone sul fronte economico il proletariato e la borghesia"129.

Questa concezione suscita due tipi di obiezioni. La prima è la più semplice perché concerne il sindacato. La Sinistra italiana non poté effettuare la critica teorica e pratica fattane dalla Sinistra tedesca, e ignorò la natura controrivoluzionaria del sindacato. Ma questa questione ne introduce un’altra, più profonda.

L’argomento comprovante il carattere "operaio" (e potenzialmente rivoluzionario) del sindacato parte dall’idea che l’organizzazione sindacale, quale che possa essere la sua integrazione nel capitale e nello Stato, nondimeno affonda le proprie radici nei movimenti elementari dei proletari. A differenza dei partiti politici (socialisti, stalinisti eccetera). Secondo questa concezione, il terreno economico resta quello sul quale il compromesso capitale-operai sarà sempre precario, e può essere rimesso in discussione, perché si tratta degli interessi vitali dei lavoratori. Vi è nella Sinistra italiana e in Bordiga un formalismo operaio, persino un economicismo, cui viene a sovrapporsi l’idealizzazione del partito. La caratteristica di questa visione (ereditata dalla Seconda Internazionale e ripresa dalla Terza (è di non poter superare l’antinomia economico/politico.

A un a priori economico delle lotte rivendicative che non possono che spingere i proletari ad attaccare finalmente la società capitalista, viene ad aggiungersi un partito formato grazie al mantenimento dei "principi", che permette al movimento operaio elementare di passare a un livello superiore (politico) prendendo la direzione dei suoi organi economici e orientandoli nel senso rivoluzionario. Teorizzata all’estremo in certi testi di Bordiga e dell’attuale Partito Comunista Internazionale, questa posizione era presente, ma in modo meno esagerato, in "Bilan". La Sinistra italiana di allora intravide i limiti delle lotte economiche:

"Una cosa importa! Le vostre lotte rivendicative possono essere estratte dall’atmosfera sociale che le circonda. Detto altrimenti, per acquistare una funzione di classe, devono congiungersi alle lotte contro la guerra [...] tanto quanto contro le macchine belliche che il capitale vi invita a perfezionare per meglio stritolarvi domani. Se voi non lo fate, sarete assorbiti dalla "Nazione unificata" per la guerra e cesserete di essere la classe proletaria"130.

Non basta dimostrare che, nella fase di dominio totale del capitale, ogni organizzazione permanente di difesa del salario è condannata a divenire uno strumento di difesa del salariato. Il problema non è tanto a livello delle organizzazioni riformiste: è l’attività riformista degli stessi salariati a incatenarli al capitale.

Eppure l’esperienza immediata è sempre la condizione necessaria ma non sufficiente della rottura e della lotta contro il capitale e non più solo contro i suoi effetti. Le organizzazioni politiche che teorizzano le reazioni immediate vedendovi lo scopo o il contenuto del movimento comunista contribuiscono a fissare ancor più i proletari a questo livello. Ciò non toglie che l’esperienza proletaria si radichi sempre nei conflitti immediati. il primo atto potenzialmente rivoluzionario (cioè che prepara la rivoluzione) consiste nel sollevarsi contro ciò che si ha davanti. Determinante per una rivoluzione comunista futura (oggi come negli anni Trenta), è la capacità dei proletari di battersi contro le loro condizioni di vita e di lavoro, e al tempo stesso di non inchiodarsi a questo stadio. La difficoltà di un tale processo è evidente, ma si tratta di una contraddizione reale, storica, se cosi si può dire, imposta dalle situazioni rispettive del capitale e del proletariato dopo il 1914. Questa contraddizione genera una vera e propria crisi del proletariato, riflessa tra l’altro dalla crisi di tutti i gruppi rivoluzionari. Solo una rivoluzione potrebbe superare praticamente questa contraddizione (a meno che non ne resti prigioniera, fallendo.

La Sinistra tedesca, in particolare Gorter130 fin dal 1923, aveva visto che il movimento comunista era stato vinto dall’azione degli operai riformisti. In ciò, la Sinistra tedesca era paradossalmente meno "operaista" della Sinistra italiana. La maggior parte dei gruppi radicali si nascondono oggi questa realtà, spiegandola mediante l’"inquadramento" e la "mistificazione" degli operai da parte dei sindacati e dei partiti: ma questi partiti e questi sindacati donde traggono la loro forza e solidità? Per contro, degli elementi provenienti dalla Sinistra italiana da qualche anno sono stati talmente fascinati da questa realtà da dimenticare tutto il resto. Taluni rinunciano completamente ai concetti marxisti, facendo affidamento per una rivoluzione solo su di un’improvvisa apparizione della vita, fuori da ogni coerenza e da ogni quadro131. Altri conservano le nozioni essenziali di Marx, ma ritengono che gli operai in quanto operai si comportino come capitale variabile e dunque come parte integrante del capitale. La lotta di classe sarebbe il motore del capitale, la classe operaia la classe più capitalista di tutte, giacché gli operai costituiscono il corpo del capitale. Forse una grande crisi economica permetterà di uscire dall’impasse132. Queste analisi, gravate di tutto il peso delle nozioni ereditate dalla Sinistra comunista, traducono in "marxista" ciò che viene detto da lungo tempo in termini più semplici: gli operai sono integrati nel capitalismo.

Eppure il problema esiste. Non si può negarlo con l’aiuto di discorsi generici sull’intrecciarsi necessario della lotta rivendicativa e di quella rivoluzionaria, essendo la prima il mezzo per passare alla seconda. Cosa si direbbe di un rivoluzionario che nel 14-18 avesse rifiutato di pronunciarsi sulla funzione dei sindacati, con il pretesto che il problema non aveva niente di nuovo, che la realtà era più complessa di tutti gli schemi, e che i sindacati evolvevano (argomenti tipo quelli di Lenin e dell’Internazionale Comunista contro la Sinistra tedesca)? Si direbbe giustamente che tali considerazioni eludevano la questione.

In un periodo nel quale non si può più spiegare tutto con "il peso della controrivoluzione" (vecchia o nuova), non si può che interrogarsi sull’inesistenza o sulla scomparsa di ogni organismo operaio radicale di base dopo la lotta, cosi come sull’incapacità dei rivoluzionari a superare lo stadio di tutti i piccoli gruppi che somigliano più a delle case editrici e di diffusione che a un organo, anche modesto, di lotte effettive in un ambiente sociale qualsiasi. Non si può né vedervi il segno positivo dell’esistenza di un movimento comunista ancora sotterraneo ma pronto a sorgere in tutta la sua forza, né chiamare i lavoratori a "sviluppare la lotta" senza porsi la questione del terreno sul quale essi potrebbero ritrovarsi e agire in un senso rivoluzionario, né innalzare tra "rivendicazioni" e "rivoluzione" una barriera che porrebbe di nuovo la necessità di un salto, di un passaggio che non si sa come farebbe a maturare. La difficoltà (irrisolta (del movimento rivoluzionario dopo il 1914 fu di liberarsi dal quadro delle organizzazioni esistenti (sindacati e partiti) per agire in modo abbastanza ampio e coerente. Oggigiorno la difficoltà consiste nel rompere una disorganizzazione (in gran parte, ma non totalmente, inevitabile) per agire, venuto il momento. Come dopo il 1914, non abbiamo né ricette miracolose né garanzie di successo. La sola linea direttrice risiede, oggi come allora, nell’enunciazione, la più chiara possibile, del contenuto comunista e dei compiti positivi e negativi della rivoluzione.

Questa situazione non dipende dai "rivoluzionari", ma dalle condizioni generali in cui si trova il proletariato dopo le sconfitte seguite alla Prima Guerra mondiale. Essa determina un’immensa difficoltà per i proletari a organizzarsi senza entrare in un quadro (formale o no) di difesa dei salariati in quanto salariati; e per i rivoluzionari a organizzarsi in vista di un’attività collettiva al di là del tran-tran abituale. La teoria tende a non essere più la teoria di qualcosa, di un movimento sociale di cui la teoria fa parte nel senso che agisce con esso. Il suo linguaggio tende ad autonomizzarsi. Essa si limita a rinviare a questo movimento ciò che dice di esprimere, ma con cui intrattiene assai pochi legami, cosi come questo stesso movimento ne mantiene assai pochi tra le sue diverse componenti. In assenza di un’attività proletaria effettiva di cui le minoranze rivoluzionarie sarebbero parte integrante, taluni si compiacciono di "rappresentare" la classe e l’esortano invano alla lotta. Altri si rifiutano di sostenere questo ruolo, ma essi stessi si negano come prodotto ed elemento del proletariato, e si compiacciono nell’enunciazione della loro teoria, reinterpretando tutto sulla base del loro problema, cioè da un punto di vista particolare, incapace di comprenderlo come parte ed effetto della totalità133. L’atomizzazione dei proletari va di pari passo con la scissione della teoria del proletariato.

La guerra di Spagna (come negli stessi anni, ma in un contesto diverso, i duri scioperi negli Stati Uniti e la nascita del CIO) segnò la fine di un’epoca. Gli avvenimenti del 1917-’21 non furono che il momento più elevato (il cui interesse è per noi capitale) nella lunga serie delle lotte radicali iniziate prima del 1914, e che si sarebbe prolungata poi con i movimenti in Inghilterra (1926), in Cina (1926-’27), in Francia, in Spagna, negli usa e in molti altri Paesi, compresi dei Paesi "sottosviluppati". Sarebbe assurdo sostenere che la guerra di Spagna sprigionò gli ultimi bagliori di una classe operaia ancora radicale ma destinata a comportarsi d’ora in avanti come frazione del capitale. Ma chiuse l’epoca delle grandi lotte in cui esistevano ancora organizzazioni operaie non totalmente integrate nel capitale (CNT, POUM). Ogni passo mirante a "dare un’organizzazione" alla classe (o a che se ne dia una essa stessa) diviene caduco. Non ci si può più limitare a difendere delle "frontiere di classe", alla maniera di "Bilan", assumendo la nozione di classe in un senso ancora sociologico. Se gli operai (almeno una gran parte) giocano un ruolo chiave nella rivoluzione, non è ciò a caratterizzarla: la rivoluzione comunista non è l’egemonia operaia sulla società, ma la riappropriazione delle condizioni della vita, e la produzione di nuovi rapporti.

"Possiamo affermare che ereditiamo solamente le battaglie rivoluzionarie degli operai, mentre ciò che essi [i sindacati e i partiti] edificarono sul loro risultato non ci riguarda? Un simile metodo sarebbe empirismo [...]. Noi abbiamo ancora come primo compito quello di sottoporre a una seria analisi mezzo secolo di lotta di classe e non si può farlo dicendo: "accettiamo questo e respingiamo quello". [...] Se dunque, prima di tutto, si tratta di comprendere gli eventi passati e non di accettare parzialmente o in blocco la fase compiutasi della lotta operaia, non possiamo che ereditare esperienze, insegnamenti che acquisteranno tutto il loro valore nella sola misura in cui saremo capaci di tradurli nel linguaggio del nostro tempo [...]"134.

Gli ululati di Hitler e i piagnucolii di Blum appartengono al passato. Dittatura e antifascismo non ricopriranno mai più le forme desuete del periodo tra le due guerre, ma continueranno a prosperare come i fratelli nemici del capitale. Lotte sociali acute, ma che non giungano fino all’assalto decisivo contro il capitale, vedranno senza dubbio uno schieramento di forze entro due campi egualmente capitalisti, di cui l’uno potrà raggruppare la borghesia tradizionale, l’altro il capitale progressista e la sinistra spalleggiata dal gauchismo (come al meeting di Charléty in Francia, nel ‘68). In una situazione tesa, il conflitto potrà crescere fino alla violenza armata, senza pertanto mutare di natura.

L’antifascismo spagnolo brucia dalla voglia di rieditare oggi il Fronte Popolare del ‘36. Il PCE ne annuncia il colore: libertà politica per i partiti della democrazia borghese, repressione contro i proletari radicali. Esso chiede:

"il diritto per tutti i partiti, di sinistra e di destra, dico proprio di sinistra e di destra, di potersi esprimere normalmente". Ma "se dei gruppi proclamano la loro volontà di distruggere la democrazia, sarà compito della giustizia metterli fuori legge".

Realista, il PCE prevede per questo di fornire all’esercito "una tecnica e dei mezzi che gli permettano di svolgere il ruolo che la Nazione deve affidargli nel suo proprio interesse"135.

La posizione rivoluzionaria contro le forze politiche non può consistere in una ripetizione migliorata delle analisi della Sinistra comunista d’anteguerra. La loro insufficienza non deriva dal fatto che la situazione sarebbe cambiata di natura, bensi dal fatto che questa Sinistra era essa stessa già incapace di comprendere l’insieme del problema, di ricomporre la prospettiva comunista in tutta la sua ampiezza. é per questo che la sua risposta fu prima di tutto negativa. Essa indica i nemici della rivoluzione: il testo di Gorter del 1923 (cfr. la nota 130) era già costruito su questo piano, enumerando gli avversari del comunismo. Una semplice denuncia (integrata da un’esaltazione delle "lotte operaie") è oggi anacronistica. Riguarda alla fin fine solo coloro che denuncia e a cui s’indirizza (la sinistra e il gauchismo, quest’odierno "centrismo").

Il comunismo teorico può esistere solo come affermazione positiva della rivoluzione136.