RIVOLUZIONE POLITICA E SOCIALE

"Bilan" aveva ragione d’insistere sulla necessità per la rivoluzione di distruggere l’apparato statale borghese, e di dedurne che non c’è rivoluzione fintantoché il proletariato non agisce in questa direzione. é vero anche che le misure di trasformazione economico-sociale restano vane senza distruzione dello Stato. Ma questa corrente concepiva ancora la rivoluzione comunista in maniera politica. Non arrivava a comprenderla come movimento sociale in cui la distruzione dello Stato e la costruzione di una nuova struttura di decisione vanno di pari passo con la comunizzazione della vita economica e sociale106. Concepiva questi due aspetti come dei momenti successivi: le sfuggiva la loro interazione. Capovolgeva la posizione riformista, centrista o anarchica, senza mutare problematica. Contro l’ottica che metteva in primo piano la socializzazione dell’economia, privilegiava la questione del potere: la rivoluzione sarebbe stata politica, prima, economica, poi.

La rivoluzione comunista deve anche affermare un potere, capace d’imporsi per combattere la borghesia e contemporaneamente unificare il movimento rivoluzionario. Per esempio, non fu l’aver praticato una guerra frontale che condusse al crollo del movimento rivoluzionario spagnolo. é perché era già battuto che si lasciò bloccare in una guerra di questo tipo, e vi mori. Ma il "potere rivoluzionario" sarebbe solo una forma vuota se non trasformasse al contempo la natura della società. Non può esistere se non come strumento di questa trasformazione. Se la rivoluzione dev’essere politica, dapprima, sociale, poi, creerebbe un potere senz’altra funzione che la lotta contro la borghesia, funzione negativa, di repressione dunque. Si pensa che una rivoluzione comunista (mondiale), dovendo estendersi per anni, lungo una generazione, continui a versare salari e a pagare merci durante tutto questo tempo?

Predicare la presa del potere come un preliminare, significa feticizzare il potere, dimenticare che lo Stato è anche la risultante della società, e teorizzare l’instaurazione di un sistema di organizzazione e di controllo che non poggia su altro contenuto se non la sua pretesa comunista, la sua "volontà" di realizzare il comunismo, quando sarà abbastanza forte per farlo. Al contrario, se la rivoluzione è contemporaneamente processo economico e politico, come secondo il KAPD, la comunizzazione dei rapporti sociali impedisce a ogni gruppo particolare di erigersi come nuovo potere sulla società. Il mantenimento, anche provvisorio, dell’economia mercantile e capitalista, favorirebbe la nascita di uno strato di specialisti del potere, che utilizzano l’ideologia rivoluzionaria per fabbricarsi una legittimità. La loro sola ragion d’essere sarebbe la loro professione di fede comunista. La caratteristica della politica è di non potere (e dunque volere) cambiare nulla circa la natura della società; la politica riunisce ciò che è separato senza andare oltre. Il potere è li, gestisce, controlla, rassicura, reprime, ecco tutto107.

Il dominio politico (nel quale la tradizione teorica anarchica di ieri e di oggi vede il problema essenziale) poggia sull’incapacità dei proletari a prendere in mano e organizzare la loro vita, la loro attività. Esso regge solo a causa dello spossessamento radicale che caratterizza il proletario. Quando ciascuno parteciperà alla produzione della propria esistenza, i mezzi di pressione e di oppressione di cui dispone lo Stato diverranno inoperanti. é perché il salariato ci priva dei mezzi per vivere, produrre, comunicare, arrivando fino a rivelarci esso stesso le nostre emozioni (mass media eccetera), che il suo Stato è onnipotente. Concepire la distruzione dello Stato come una lotta armata contro la polizia e le forze militari, è prendere la parte per il tutto. Il comunismo è prima di tutto un’attività. Un sistema in cui gli uomini producano la loro propria esistenza sociale paralizza ogni potere separato. In una futura rivoluzione comunista, la reazione si ritroverà, come d’abitudine su parole d’ordine di "organizzazione" e di "potere democratico" per meglio paralizzare il movimento. Per contro, i rivoluzionari affermeranno la necessità (tra le altre) di misure comuniste concrete.

La comunizzazione è necessaria al trionfo della rivoluzione. Lo Stato capitalista non potrebbe essere distrutto mediante un’azione esercitata solo contro le sue strutture statali: quest’azione molto probabilmente fallirebbe. Il proletariato riuscirà solo se attiverà la propria funzione sociale contro il capitale, utilizzando anch’esso l’economia come arma, dissolvendo i rapporti economici capitalisti, scalzando le basi sociali del nemico. L’estensione geografica del movimento sarà un processo tanto sociale ed economico quanto militare. Compiti positivi e negativi si condizioneranno reciprocamente.

"Non si dica che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non vi è mai movimento politico che non sia sociale nello stesso tempo."108

La Spagna frenò la chiarificazione all’interno di gruppi come l’Union Communiste e la Ligue belga. Ma la fissazione sulla questione politica, messa in rilievo con la guerra di Spagna, bloccò egualmente lo sviluppo teorico della Sinistra italiana, che avrebbe mantenuto essenzialmente una concezione "a fasi successive" della rivoluzione (politica, poi economica).

Per questa ragione, la comprensione dell’involuzione russa sfuggi alla Sinistra italiana e anche a coloro che ne uscirono su delle basi rivoluzionarie, come "Internationalisme" dopo il 1945 (cfr. "La Ligue des Communistes Internationalistes"). Dopo l’ottobre ‘17, la Russia offriva, infatti, un eccellente esempio di degenerazione del potere nell’assenza di rivoluzione sociale. Non possiamo approfondire qui perché la comunizzazione della Russia fosse impossibile. In ogni caso, l’isolamento internazionale e l’arretratezza economica non spiegano tutto (a meno di dimenticare la prospettiva tracciata da Marx (e, forse, applicabile dopo il ‘17, in un altro contesto) di rinascita in una nuova forma delle strutture agricole comunitarie non ancora assorbite dal capitale109. Comunque sia, il potere bolscevico è la migliore illustrazione di quel che accade a un potere che è solo potere.

In perfetta buona fede e molto logicamente, lo Stato bolscevico dovette mantenersi, a tutti i costi (nella prospettiva della rivoluzione mondiale dapprima, per se stesso in seguito, e solamente in seguito), e non ebbe altra soluzione se non la coercizione. Beninteso, gli aspetti borghesi della teoria e della pratica bolsceviche ebbero il loro ruolo, ma quest’ultimo non fu determinante, se paragonato alla situazione oggettiva di questo Stato obbligato a "tenere" senza cambiare granché delle condizioni di vita reali. Rapidamente il problema numero uno divenne la necessità di restare al potere, di preservare bene o male l’unità di una società che andava in pezzi. Donde, da una parte, le concessioni alla piccola proprietà contadina (che allontanavano ancor più dal comunismo), seguite dalle requisizioni; dall’altra, la repressione antioperaia e contro l’opposizione politica dentro e fuori il partito.

Hennaut, mostrando i limiti dell’esperienza russa, e "Bilan", rivendicando senza posa l’esempio "riuscito" dell’ottobre ‘17 (opposto al fallimento del luglio ‘36), avevano torto e ragione entrambi. Da un punto di vista puramente negativo, "Bilan" vide correttamente ciò che non era avvenuto in Spagna. Da un punto di vista positivo, sui caratteri di una rivoluzione comunista futura, "Bilan" s’ingannò alla stessa stregua di Hennaut, perché contrapponeva il fine al movimento. Non uscirono dal dilemma leninismo-antileninismo. Oggigiorno si arriva al fatto che gruppi come "Révolution internationale" sanno pressappoco ciò che la rivoluzione deve distruggere, ma non cosa deve fare per potere distruggerlo. La vera critica è quella che considera il movimento proletario in funzione del comunismo, non concepito come "programma", bensi contemporaneamente come rottura e processo.

Non c’è da stupirsi che i redattori di "Bilan" siano passati a fianco di questo punto centrale. I movimenti dopo il ‘17 non raggiunsero quasi mai lo stadio pratico che avrebbe obbligato i comunisti a integrare questo aspetto nella loro visione teorica. Le discussioni di allora per la maggior parte giravano intorno a polemiche di organizzazione, senza cogliere il contenuto comunista della rivoluzione. Anche quando la Sinistra tedesca considerò il comunismo, fu per immaginare un’altra organizzazione della produzione.

La capacità proletaria di autorganizzazione e di cambiamento anche immediato è indispensabile alla rivoluzione. Marx scrisse a proposito della Spagna che ogni rivoluzione implica un certo grado di "anarchia" (iniziative in tutti i campi). Ma fallisce senza la sua dimensione mediata (il problema del potere).