QUESTIONE NAZIONALE

Per Bordiga, la fase di costituzione degli Stati nazionali era chiusa per l'Europa occidentale dopo il 1871. Ma la nascita di Stati nazionali nelle altre "aree" era progressiva, cioè favorevole alla lotta del proletariato, perché faceva vacillare l'imperialismo e sviluppava le forze produttive, dunque a termine la lotta di classe. A proposito della Spagna, "Bilan" partiva dalla nozione di un nuovo periodo aperto dal 1914-'18, quello della decadenza del capitalismo. Quest'ultimo non giocava più alcun ruolo progressivo, ormai non sviluppava le forze produttive se non provocando crisi e guerre; la formazione di nuovi Stati mirava solo a frammentare il proletariato in blocchi nazionali uniti alla propria borghesia. Certo, "Bilan" pubblicò sul n. 7 un testo di Bordiga sulla questione nazionale, e non procedette a un attacco in piena regola contro Lenin nello stile di Rosa Luxemburg. Ma considerava superata la tesi leninista adottata dall'Internazionale Comunista, e aveva delle riserve anche su Marx. Citiamo solo un estratto del Problème des minorités nationales, apparso sul n. 14 (dicembre-gennaio 1934):

"Il periodo di sviluppo del capitalismo, alla fine del XIX secolo, mette [...] in evidenza l'impossibilità di risolvere tutti i contrasti nazionali e più particolarmente il diritto dei popoli all'autodeterminazione, se non con la rivoluzione proletaria o con la guerra imperialista; ed è perciò che fino alla Prima Guerra mondiale si assiste (anche nei Paesi oppressi) a un'espansione della lotta di classe tra possidenti e non possidenti, e il problema nazionale appare unicamente come un'arma della borghesia oppressa per frenare la lotta del proletariato che le si solleva contro, cosi come per migliorare la propria situazione particolare di fronte al capitalismo oppressore.

Nel periodo dell'imperialismo (che si considera posteriore allo sviluppo mondiale e ingloba dunque anche i Paesi arretrati, che non possono essere avulsi da questo ambiente storico), il dilemma generale di tutte le situazioni è, come si sa, guerra o rivoluzione proletaria. Donde è inteso che non esiste altro epilogo a tutte le situazioni storiche che possono presentarsi: l'acutezza della lotta di classe da una parte, lo sviluppo delle forze produttive dall'altra, sopprimono ogni prospettiva di "soluzione intermedia". Il problema nazionale, posto in queste condizioni, limitato da questo periodo d'insieme, non poteva evidentemente più valersi di argomenti che potevano avere una certa importanza nel 1848".

"Bilan" non faceva molta differenza tra le aree euro-nord-americane e le altre, in particolare quelle che Bordiga avrebbe chiamato "i popoli colorati"103.

Uno dei punti sollevati da "Bilan" era l'integrazione forzata dei movimenti nazionali nell'orbita dei grandi conflitti imperialisti (Etiopia, Cina eccetera). Bordiga sarebbe ritornato su questo argomento. Secondo lui, si potevano appoggiare i movimenti di liberazione nazionale, anche se cadevano in un campo o in un altro. Dopo tutto, il disfattismo rivoluzionario del 1914 implicava un rischio di questo tipo: lavorando alla sconfitta del proprio Paese, ogni rivoluzionario rafforzava lo Stato nemico. Il disfattismo rivoluzionario era più che una posizione (il che obbligava anche a ripensare il fatto di lanciare una tale parola d'ordine in Spagna nel '36 (cfr. "La Ligue des Communistes Internationalistes")104. La sinistra di Zimmerwald concepiva il disfattismo rivoluzionario come un mezzo per accelerare il passaggio dalla guerra imperialista alla guerra civile. Effettivamente la condotta e le condizioni belliche determinavano nel 1916-'17 una rinascita della lotta di classe. Per Lenin, se una minoranza anche infima affermava questa posizione, non era "per principio", per "salvare l'onore", ma come compito che preparava l'avvenire, affinché nella ripresa radicale questo atteggiamento servisse a chiarificare e a polarizzare le posizioni. Ciò non poteva prodursi, a meno di un movimento nel resto del mondo, nell'Etiopia del 1936 o nel Vietnam del 1975. Il contesto internazionale era diverso. Le metropoli che si facevan guerra nel 14-18 influivano sul mondo. In Vietnam, il Nord e il Sud non facevano la loro guerra, ma quella di un blocco imperialista contro l'altro, benché la struttura sociale interna del Paese coinvolto servisse sempre da detonatore. Il proletariato vi era troppo debole, mentre quello del '14 era stato soffocato, non annientato. I proletari etiopici del '36 e vietnamiti del '75 non si scontravano solamente con la loro borghesia, ma con il capitale mondiale. Impossibile dunque il paragone con il '14.

"Bilan" insistette lungamente sul ruolo controrivoluzionario dei conflitti nazionali nei quali l'odierno Partito Comunista Internazionalista, più o meno bordighista, vede piuttosto delle "polveriere" pronte a esplodere in faccia alle metropoli capitaliste. "Bilan" pubblicò inoltre degli articoli economici tentando di scernere tra le teorie di Lenin e quelle della Luxemburg. Al riguardo, questa rivista andava verso posizioni vicine alla "Sinistra tedesca" che, come la Luxemburg, vedeva nei movimenti di autodeterminazione nazionale degli ostacoli alla lotta del proletariato. Sarebbe assurdo incollare l'etichetta "Sinistra tedesca" sull'attività di questa corrente della Sinistra italiana di allora. Ma essa cercava di superare i limiti leninisti entro cui il Partito Comunista d'Italia, indi la "Sinistra italiana" si erano bloccati. Riconoscendo le divergenze con la Sinistra tedesca, non la respingeva nella "palude" anarcosindacalista, e accolse sulla sua rivista alcuni dei suoi testi, tra cui il riassunto dei Principi fondamentali di produzione e distribuzione comunista, già citato, e uno su Gorter. Si comprende come l'attuale Partito Comunista Internazionale abbia bisogno di far passare "Bilan" per una "piccola pubblicazione di emigrati italiani"105.

Aggiungiamo però che l'analisi della guerra di Spagna andava indirettamente a falsare le prospettive del gruppo che pubblicava "Bilan". Constatando a qual punto il capitale utilizzasse le lotte operaie a suo favore facendone dei conflitti capitalisti, ne dedusse che le guerre imperialiste future sarebbero nate come quella di Spagna dallo stornamento di offensive proletarie parziali, sottovalutando le contraddizioni propriamente economiche, anch'esse all'origine dei conflitti imperialisti. Questa tesi soggiacente e talvolta esposta in "Bilan" e "Octobre", in seguito venne sviluppata fin quasi al punto di divenire l'essenziale. Dopo il 1938, sovra-interpretando la Spagna, questo gruppo (che giocava allora con la sua azione un ruolo chiave sul piano teorico e organizzativo nel piccolo movimento della Sinistra italiana) concepi ben presto una teoria dell'"economia di guerra" ove le rivalità tra Paesi capitalisti tendevano a essere appianate, e arrivò ad aspettarsi una guerra solo da nuovi eventi paragonabili a quelli spagnoli. Come accade spesso, una grande lucidità di fronte alle possibilità di azione del capitale conduce, se si perde di vista la totalità, a dimenticare o a negare certe contraddizioni essenziali (cfr. "Riforma o rivoluzione").

Questa posizione non metteva i suoi protagonisti in una buona posizione per preparare la Sinistra italiana ad affrontare lo shock della guerra (nella quale, comunque, non avrebbe potuto avere, e non ebbe, se non un ruolo di chiarificazione teorica infimo, quasi a uso interno.