LA LIGUE DES COMMUNISTES INTERNATIONALISTES

L’evoluzione della Ligue des Communistes Internationalistes del Belgio è paragonabile a quella dell’Union Communiste sulla Spagna, benché la prima avesse posizioni ben più nette sull’antifascismo. Sorta anch’essa da una rottura con il trotskysmo, collaborò tra il ‘31 e il ‘36 con la Sinistra "italiana". Mentre l’Union Communiste pubblicò per diversi anni "L’Internationale" come un giornale che voleva toccare la base delle organizzazioni "operaie", prima di divenire una rivista ciclostilata, il "Bulletin" della Ligue des Communistes Internationalistes si presentava più come un organo teorico. L’Union Communiste appare come una reazione sana ma che non andava troppo in profondità, almeno fin verso il ‘36. La Ligue des Communistes Internationalistes traduceva un reale sforzo di chiarificazione teorica, e non è per caso se collaborò per diversi anni con "Bilan", prima di separarsene a proposito della Spagna.

Dopo la vittoria elettorale del Fronte Popolare, il "Bulletin"84 vi vide "un fronte delle sinistre borghesi con le sue tendenze moderate ed estreme che si univa di fronte alle destre, ove si manifestava lo stesso fenomeno". Per esempio, il partito del radical-socialista Maura si era scisso in due secondo la "politica dell’altalena tra destra e sinistra" ben conosciuta. Nell’insieme, l’analisi del fascismo era identica a quella di "Bilan". Offrendo il Belgio un esempio di Paese industrializzato e di movimento operaio molto integrato nello Stato, la Ligue des Communistes Internationalistes sottolineava regolarmente che la democrazia vi realizzava lo stesso programma del fascismo di unione forzata delle classi. Ma la Ligue conobbe anche importanti divergenze prima del luglio ‘36, cristallizzate dalla questione elettorale, in cui si disegnò già la separazione ulteriore a proposito della questione spagnola. Nella primavera del ‘36, Hennaut (dirigente della Ligue) raccomandò l’appoggio elettorale al Partito Operaio Belga. Jehan (che avrebbe animato la scissione della minoranza vicina a "Bilan") era a favore dell’astensione85.

Queste divergenze sarebbero tornate alla ribalta dopo il luglio ‘36, esigendo una scissione: nessuna collaborazione era possibile tra coloro che sostenevano la lotta armata antifascista e coloro che chiamavano alla diserzione in entrambi i campi. Gli articoli di Hennaut e di Jehan, scritti pressoché contemporaneamente, rivelano due approcci differenti. Hennaut era cosciente del carattere antirivoluzionario dell’antifascismo, ma, contrariamente a Jehan, non faceva un criterio decisivo della mancata distruzione dello Stato nel luglio ‘36. Laddove Jehan considerava il momento della rottura (che non si era prodotta), Hennaut si soffermava sul movimento. Secondo Hennaut, Jehan inchiodava l’evoluzione sociale su di una fase siccome riduceva il proletariato al partito, cioè agli elementi già acquisiti all’azione e alle posizioni comuniste, trascurando cosi la possibilità d’influire su altri strati ancora in movimento. Per "Bilan", secondo Hennaut, non sarebbe esistita rivoluzione in Spagna perché non c’era il partito. Questo rimprovero fondamentale veniva approfondito in una critica più generale riguardante la rivoluzione russa, la natura del socialismo, della rivoluzione e, dunque, del proletariato. Obnubilata, al seguito dei bolscevichi, dalla questione del partito, la Sinistra italiana avrebbe interpretato tutto alla luce della formazione o della carenza di questo famoso partito. Questa critica sarebbe stata ripresa poi, sovente per fini di mediocre polemica. In un articolo di "Socialisme ou Barbarie" su La crise du bordiguisme italien, scritto nel 1952, Albert Vega [Alberto Masó] attaccava la negazione del "ruolo attivo" del proletariato e l’idea di una lotta di classe "a eclissi"86:

"[...] per esempio, invece di vedere nello sconvolgimento rivoluzionario del luglio ‘36 in Spagna il risultato di un lungo periodo di lotta di classe, non si è fatto che registrare un’"esplosione operaia" [?] di qualche giorno, seguita da una "guerra imperialista". La classe operaia era apparsa per ventiquattro o quarantott’ore, e poi sparita. Ciò nonostante, i combattimenti continuavano. C’era dunque guerra. Siamo nel periodo delle guerre imperialiste, è dunque una guerra imperialista! E grazie al "leninismo", abbiamo visto la Sinistra italiana dichiarare (al prezzo di una scissione, è vero) che la parola d’ordine per la Spagna era la fraternizzazione: fraternizzazione degli operai in armi con la Guardia civile, i legionari e i falangisti al fronte. Questa interpretazione rende completamente inspiegabile l’insurrezione degli operai di Barcellona nel maggio ‘37. Cosi quest’ultima è stata presentata come un massacro di proletari, ridotti al rango di vittime passive del governo repubblicano".

Per Albert Vega: "I lavoratori spagnoli [...] dal 1930 al 1936 hanno costantemente messo in causa le basi del regime capitalista, [...] nel ‘36, hanno distrutto le sue istituzioni fondamentali, preso in mano la gestione della fabbriche e dei trasporti [...]".

Ciascuno valuterà a modo suo questo riassunto e l’esposizione dei fatti. Recentemente, un vecchio membro dell’Union Communiste ricordava egualmente "la posizione delirante dei comunisti belgi e di Vercesi (niente partito bordighista in Spagna, dunque niente rivoluzione) circa il movimento rivoluzionario nella penisola [...]. I bordighisti del Belgio, un pugno di uomini, avevano una posizione aberrante [...] e, per esempio, non compresero nulla delle giornate del maggio ‘37, la Kronstadt spagnola (fatte salve tutte le proporzioni) [...]"87.

Il rimprovero rivolto alla Sinistra italiana di ridurre la classe al partito è fondato e mal posto al tempo stesso. Se si legge seriamente "Bilan", si capisce che questa rivista non parlava di assenza del "partito" in Spagna se non nel senso che i movimenti proletari prima e durante il ‘36 non avevano raggiunto la soglia sufficiente a esigere un’organizzazione comunista corrispondente. Nell’insieme, l’analisi rimaneva materialista: non c’era partito perché la classe non l’aveva fatto nascere. L’esperienza proletaria precedente non aveva avuto la forza di suscitare un’azione e dunque un’organizzazione che rompesse col capitale abbastanza da giocare un ruolo decisivo nel periodo critico in cui la società avrebbe potuto volgersi in un senso o in un altro. Parlare di assenza del partito, significava valutare la forza e le capacità dei proletari spagnoli. E non deplorare la mancata creazione da parte dei "rivoluzionari" di un centro dirigente.

Per contro, è vero che "Bilan" celava una tendenza all’idealizzazione del partito, rimasta allora limitata, e che non rovinava l’essenziale dell’analisi, ma che faceva parte dell’eredità della Sinistra italiana. Era meno un tratto "leninista" (venuto solamente dopo) che non un aspetto socialdemocratico radicale acquisito dalla Sinistra italiana prima dell’incontro con i bolscevichi e con il Che fare?. Questa idealizzazione dell’organizzazione e dei principi era, prima del 1914, una delle soluzioni (illusorie) degli elementi rivoluzionari della Seconda Internazionale per sfuggire al riformismo imperante. Bordiga la concepi separatamente da Lenin, e in una maniera più profonda, nella misura in cui egli non era segnato dalla tesi kautskiana della "coscienza" da apportare al proletariato, il che dava al partito da lui descritto un aspetto assai più materialista di quello del partito di Lenin. Solamente in seguito, il contatto tra gli italiani e l’Internazionale Comunista avrebbe rafforzato l’idealismo del partito, ma Bordiga avrebbe conservato sempre il suo approccio originale. Dopo il 1945, egli sviluppò la sopravvalutazione del partito nelle forme più brillanti e anche più contraddittorie, benché avesse detto che il partito era al tempo stesso fattore e risultato della rivoluzione88. I suoi eredi hanno elevato a caricatura le sue contraddizioni. Complice l’attivismo, il partito diventa l’anima che attende il suo corpo.

Una differenza profonda separa tuttavia queste teorizzazioni da "Bilan". La distinzione ammessa negli anni Trenta tra "frazione" (gruppo che conserva e sviluppa la teoria, con una pratica molto limitata, in periodo di arretramento) e "partito" (organizzazione comunista del movimento del proletariato) fu dimenticata dalla Sinistra italiana dopo il 1945, poiché essa si costitui in "partito", dapprima in Italia (1943-’45), poi a livello mondiale (Partito Comunista Internazionalista).

Su di un piano più vasto, è esatto dire che "Bilan" riproduceva i limiti della Sinistra italiana nella sua visione della rivoluzione, e in particolare nella sua esagerazione dell’esperienza russa. Questa rivista si era tuttavia aperta ad altre concezioni, e soprattutto alla riflessione sul contenuto del comunismo come distruzione della legge del valore, con un lungo riassunto dei Principi fondamentali di produzione e distribuzione comunista, testo fondamentale al riguardo89. Come lo stesso Hennaut sottolineò, questo era per lui il punto di avvio di una diversa riflessione sul socialismo, mentre "Bilan" lo considerava solo come un punto da precisare. Inoltre, la critica storica della rivoluzione russa e della sua degenerazione non fu mai fatta dalla Sinistra italiana, né all’epoca di "Bilan" né dopo, malgrado i numerosi testi di Bordiga a questo proposito. Tuttavia, in genere gli avversari della Sinistra italiana non avrebbero superato i limiti di questa critica vietata se non per cadere in parte o totalmente in una forma o in un’altra di consiliarismo, sostituendo una visione limitata con un’altra. Un nuovo rimedio magico (la democrazia e la gestione operaie) avrebbe rimpiazzato quello vecchio (il partito). Le polemiche sulla Spagna fecero maturare queste divergenze ed esagerazioni rispettive (segno dell’incapacità a cogliere la totalità.

La Sinistra italiana afferma giustamente che i rivoluzionari non sono ossessionati dalla paura di divenire un nuovo potere o di imporsi alla "maggioranza". Ogni rivoluzione è fatta da una minoranza, anche significativa, il che non impedisce alla rivoluzione comunista di essere l’opera della maggioranza, dell’insieme degli uomini tendenti a prendere progressivamente in mano la loro esistenza. Ma è la minoranza a giocare il ruolo più attivo. L’essenziale è che delle misure decisive siano prese, cioè non "decretate", ma effettuate realmente, all’inizio anche da parte di una minoranza (niente a che vedere con le "minoranze agenti" care al sindacalismo rivoluzionario, ove un piccolo numero è incaricato di dare il buon esempio e di dirigere le cose). Le basi materiali di un nuovo "potere" non stanno per nulla in questo atto minoritario e spesso dittatoriale, bensi nell’eventuale mantenimento dei fondamenti del capitale. Il fattore essenziale non sono i rapporti di dominio, ma i rapporti di produzione della vita (materiale, affettiva, simbolica eccetera).

Nondimeno, resta il fatto che la rivoluzione comunista può trionfare solo a condizione di trascinare in tempi più o meno brevi delle larghe masse, nutrendosi del loro intervento a tutti i livelli della vita sociale (cfr. "Rivoluzione politica e sociale"). Al contrario, una "rivoluzione" che si contrapponga sistematicamente agli operai, che debba domare degli scioperi, che non cambi nulla o quasi quanto al contenuto della società (sta li l’essenziale), si negherebbe come rivoluzione proletaria. Questo è quanto accadde in Russia, ma non capovolgiamo la spiegazione. é perché la società non era stata messa sottosopra che il partito bolscevico fini per imporre la dittatura di uno Stato non proletario, non comunista, che poteva sopravvivere solo sviluppando il salariato: dunque uno Stato capitalista. Gli insorti di Kronstadt non erano certamente comunisti, ma coloro che li massacrarono agivano autenticamente da anticomunisti, reprimendo un movimento elementare in nome di una dittatura del proletariato che esisteva giusto di nome (poco importano le intenzioni e il moralismo, a noi alieno). Né Kronstadt né lo Stato bolscevico rappresentavano la rivoluzione comunista: semplicemente la lotta di classe proseguiva nelle sue forme elementari, talora con le armi. La Sinistra italiana negava la realtà delle lotte operaie con il pretesto che il potere sarebbe restato "proletario". Un potere è rivoluzionario solo se favorisce la rivoluzione all’interno e all’estero: non era questo il caso (cfr. il corso di destra impresso all’Internazionale Comunista (che se lo lasciava imporre (dai bolscevichi). Contrariamente a quanto affermato da Bordiga90 dopo il 1945, la rivoluzione russa crollò nella violenza contro i proletari (repressione, lotta antisciopero, campi, processi staliniani eccetera). Gli operai avevano preso il potere nel ‘17 e l’avevano perduto abbastanza velocemente, definitivamente nel ‘21, ma per l’essenziale già prima.

L’aspetto borghese fu quasi sempre presente nel bolscevismo e in Lenin, che erano profondamente contraddittori91. Tali aspetti avrebbero potuto cancellarsi in caso di rivoluzione mondiale: al contrario, la sconfitta li accentuò. Ma questa non fu la causa decisiva dell’involuzione (Bordiga) della rivoluzione russa: per quale ragione i proletari l’accettarono? Fare dell’antileninismo sistematico, significa falsare la prospettiva e impedirsi la vera critica: quella della natura del movimento sociale di quell’epoca, della sua parzialità. Hennaut era ancor meno capace di questa critica di quanto non lo fosse Bordiga, il quale l’aveva solo intuita.

La grande differenza tra la Ligue des Communistes Internationalistes e l’Union Communiste a proposito della Spagna, è che la Ligue attribuiva la massima importanza all’evoluzione interna del Paese e non alla pressione internazionale (soprattutto russa), come fattore di rafforzamento della controrivoluzione nella penisola iberica. Nel novembre ‘36, dopo aver mostrato gli effetti del non-intervento, Hennaut si domandava "Où va la Révolution espagnole?"92:

"La modificazione essenziale si è prodotta sul fronte interno della rivoluzione spagnola. Il governo madrileno, che resta il governo capitalista spagnolo è riuscito, grazie all’appoggio dei socialisti e dei comunisti, a riprendere saldamente in mano le redini del potere che per un attimo erano sembrate sfuggirgli. Le milizie operaie operano docilmente agli ordini dei quadri militari governativi [...]. La partita non è ancora completamente perduta, ma le posizioni degli operai spagnoli sono state fortemente compromesse. Cosi sono state realizzate le condizioni per il riassorbimento della rivoluzione nella mischia generale degli imperialismi che è in preparazione".

Anche quando ritennero, dopo il maggio ‘37, che la guerra di Spagna avesse acquisito un carattere imperialista, gruppi come l’Union Communiste o la Ligue esitarono a lanciare la parola d’ordine del "disfattismo rivoluzionario". Un tale appello non poteva avere che un valore di principio (cfr. il ¤ "Questione nazionale"). La Sinistra italiana aveva la tendenza a vivere una ripetizione generale del 1914-’18, e a ragionare nei termini della sinistra di Zimmerwald. Questa illusione andava molto al di là di un semplice errore di valutazione del periodo. Certo, questa corrente poté credere a una possibile ripresa del movimento, dopo, o durante lo scatenamento della futura Seconda Guerra mondiale. Il cambiamento della testata di "Bilan" in "Octobre" nel ‘38 era tutto un programma. Sulla copertina di "Bilan", si poteva leggere, ripetuto numerose volte: "Lenin 1917 (Noske 1919 (Hitler 1933". Era la rivista di resistenza in un contesto "storicamente sfavorevole". "Octobre" traduceva sicuramente l’idea (o piuttosto, la speranza) del passaggio a un’altra fase.

Ma c’è di più. La Sinistra comunista, comunque, non poteva giocare nuovamente il ruolo della sinistra socialista dopo il 1914. Il disfattismo rivoluzionario corrispondeva nel 1914 all’atteggiamento di almeno una frangia del proletariato, e si esprimeva attraverso canali limitati ma reali. Interi partiti (il partito bolscevico e quello serbo), numericamente deboli ma ben radicati, rifiutavano l’Unione Sacra. La situazione era tutt’altra alla fine degli anni Trenta. La differenza non era quantitativa bensi qualitativa. La Sinistra comunista era separata dal "movimento operaio", non aveva li le sue radici, non vi disponeva né di alcun contatto serio né di appoggio. A differenza dell’estrema sinistra socialdemocratica dopo il ‘14, la Sinistra comunista si confrontava con delle organizzazioni operaie integrate nel capitale, e nelle quali non rimaneva alcuna minoranza proletaria. Tutta l’attività della Sinistra italiana è attraversata fino a oggi dal mito (mutuato dall’Internazionale Comunista) della ri-formazione di un "vero" movimento operaio. Vi è l’idea di ricostruire le stesse organizzazioni operaie (economiche e politiche con la divisione sindacato-partito), su nuovi principi (di lotta di classe) stavolta, senza comprendere che la rinascita proletaria si farà diversamente (il che non implica un cambiamento totale, o altrimenti bisognerebbe dimostrare che capitale e proletariato hanno cambiato di natura, la qual cosa non è).