L’ANARCHISMO DI SINISTRA

Malgrado le numerose reazioni tra gli anarchici contro l’orientamento della CNT-FAI, nessuno si liberò dalla confusione fondamentale sulla questione del potere. In "Guerra di classe", il cui primo numero datava novembre 1936, Camillo Berneri tentò di resistere in seno alla corrente anarchica di sinistra. Berneri partiva dall’idea di una rivoluzione che sarebbe stata in corso e che si sarebbe dovuto appoggiare. Sostenere la Spagna rivoluzionaria: ciò poteva significare solo sostenere lo Stato, o agire al suo margine senza combatterlo. Egli finiva dunque per domandare alle masse di fare pressione sullo Stato esistente. Nello stesso tempo (ed era la sua contraddizione), mostrava come il governo agisse contro la rivoluzione: ma additava cosi solo il "governo", non lo Stato. Egli arrivava a una conciliazione impossibile tra la partecipazione allo Stato e l’esigenza rivoluzionaria:

"La partecipazione di elementi della FAI e della CNT a organismi di polizia, non è sufficientemente compensata da un’autonomia che permetta celerità e discretezza dei servizi nelle missioni"64.

La sua polemica con Federica Montseny è rimasta celebre65. Egli dialogava con lei, perché anarchica, benché ministro. Egli faceva come se ella avesse scelta, imitando i trotskysti che mettono i dirigenti "operai" "con le spalle al muro". Berneri era vittima dell’ideologia rivoluzionaria (uno dei suoi articoli s’intitola Madrid, la sublime). Guerra e rivoluzione illustra bene il suo slittamento teorico66. Dall’affermazione: occorre la rivoluzione, si passa a: c’è una rivoluzione, che bisogna dunque preservare, donde la lotta fondamentale contro Franco eccetera. Certo, egli metteva in guardia contro la "controrivoluzione". Ma se era vero che il proletariato era attaccato su due fronti (da Franco e dalla Repubblica), se ne sarebbe dovuto concludere che non c’era rivoluzione fintantoché i proletari avessero appoggiato una di queste due forme di controrivoluzione contro l’altra. Berneri parlava di controrivoluzione come di una minaccia mentre era una realtà: da ciò i suoi ripetuti moniti. Si protestava contro i maneggi non rivoluzionari dello Stato: ma questo avrebbe potuto agire diversamente?

Il gruppo Los Amigos de Durruti, prolungamento di una tendenza dura della CNT, è altrettanto significativo, innanzitutto per il nome scelto. Voleva strappare il simbolo di Durruti alle organizzazioni anarchiche ufficiali che se ne facevano una bandiera (come gli stalinisti con la Luxemburg e Liebknecht fino all’inizio degli anni Trenta), invece di criticare il simbolo stesso (cfr. "Spagna: guerra o rivoluzione?"). Questo solo fatto dimostra che essi intendevano continuare il "vero" anarchismo contro gli anarchici ufficiali. Nel luglio ‘37, "Los Amigos de Durruti" affermavano che la spinta rivoluzionaria si era mantenuta nel maggio ‘37, malgrado "l’assenza di programma concreto e di realizzazioni immediate". Nel ‘36 cosi come nel ‘37, l’"errore capitale" della CNT-FAI era stato la paura di agire risolutamente e la libertà lasciata alla preponderanza piccolo-borghese. Per contro, "Los Amigos de Durruti" raccomandavano la "necessità di una giunta rivoluzionaria, del predominio economico dei sindacati e di una struttura liberà di municipalità". Occorrevano "un programma e dei fucili"67. Nell’agosto ‘37, la CNT e la FAI avevano fallito per mancanza "di quella precisione teorica che il nostro gruppo proponeva"68. Questo gruppo diagnosticava dunque un’insufficienza della "direzione", come i trotskysti di fronte ai partiti socialisti e comunisti. Come loro esso si concepiva quale parte integrante dell’organizzazione "operaia" difettosa, che esso avrebbe voluto risanare insufflandovi la volontà di lotta e la teoria proprie. L’animatore di questo gruppo scriveva lui stesso sul quotidiano della CNT di Barcellona. Ci si fa un’idea della debolezza proletaria quando si sappia che "Los Amigos de Durruti" furono, insieme ai rari trotskysti (riuniti intorno a Grandizio Munis) e a un’assai piccola minoranza del POUM e della CNT, i soli elementi organizzati risoluti nel maggio ‘37. Il programma di questo Manifesto d’Unione Comunista (inizio giugno ‘37) sarebbe restato lettera morta:

"Per battere Franco occorrerebbe prima di tutto battere Companys e Caballero. Per vincere il fascismo, occorrerebbe prima annientare la borghesia e i suoi alleati stalinisti e socialisti. Bisognerebbe distruggere da cima a fondo lo Stato capitalista e instaurare un potere operaio sorto dai comitati di base dei lavoratori. L’apoliticità anarchica è fallita [...]. Per vincere il blocco della borghesia e dei suoi alleati: stalinisti, socialisti e dirigenti della CNT, gli operai debbono rompere immediatamente con i traditori di ogni sponda".

Questo Manifesto riconosceva che "L’unità antifascista non è stata altro che la sottomissione alla borghesia". Esso era, peraltro, molto favorevole al POUM69.